
I DATI DI VENDITA: 176 MILA COPIE IN MENO NEL 2009
Crollo delle vendite dei quotidiani
Nuovo anno e nuovi numeri, definitivi, sulla crisi dei giornali. Un anno che ha visto in generale calare le copie del 5,2% dei quotidiani, meno 176.000 copie, a cui si assomma il crollo verticale della pubblicità. Il primato nelle perdite va al Corriere della Sera che in un solo anno ha perso 64.000 copie con una percentuale del 10,8%. In via Solferino sono passati in dodici mesi da 595.300 copie a 530.800, registrando, si dice, uno dei punti più bassi delle vendite in edicola. Se il Corsera piange il Sole 24 ore non ride. Per diverse ragioni. Il quotidiano diretto da Gianni Riotta detiene, nello stesso periodo analizzato dalla Fieg, il primato in termini di percentuale negativa sulle vendite: meno 17%, pari a -59.500 copie. Anche in questo caso i valori assoluti fanno impressione se è vero che si è passati da 335.300 copie a 275.800. Ma la ferita grave è dovuta anche a un calo consistente degli abbonamenti, tradizionalmente punto di grande forza del quotidiano confindustriale, e a un crollo della pubblicità. Il calo complessivo delle entrate non è addebitabile a Riotta ma in Confindustria dicono che il nuovo direttore dovrà essere in grado di dare un segnale di svolta, se vorrà rimanere al suo posto. Meno grave la crisi del quotidiano la Repubblica: siamo sempre in zona negativa con una percentuale di perdita del 3,6% pari 19.000 copie ma in redazione tirano un sospiro di sollievo. E’ vero che si è passati da 520.700 copie a 501.700 ma poteva andare peggio se il presidente del consiglio non avesse sparato cannonate sul quotidiano di Ezio Mauro. Gli attacchi forsennati di Silvio Berlusconi hanno provocato una inversione di tendenza piuttosto netta. Cifre negative anche per la Stampa e il Messaggero che hanno registrato rispettivamente perdite del 2,5% e dell’1,8%. Ma qualcuno resiste e addirittura aumenta. E’ il caso del Giornale che registra un primato positivo: mette a segno una crescita del 15,1% con un aumento di 27.700 copie. Il quotidiano della famiglia Berlusconi è passato da 183.200 copie a 210.900, dicono gli analisti, grazie anche alla cura adrenalinica di Vittorio Feltri, che con le sue incursioni è riuscito persino a mettere in ombra il suo amato Libero che registra un calo del 5,3%. Un altro caso felice si registra sul fronte opposto: l’Unità di Concita De Gregorio mette a segno una crescita del 9,9% con un aumento di 5000 copie, passando da 50.700 a 55.700.
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(p.b.) I quotidiani boccheggiano. Editori e direttori non ci si raccapezzano. Le tentano tutte, sbracando a volte, come dire, l’eleganza e la professionalità non pagano. E allora se parlare alla testa non rende, parliamo alla pancia. Ci si accorge però che la pancia è esigente, bisogna sempre darle di più e peggio, se si salta il palato, si bada solo alla quantità, i sapori raffinati non servono. Una scelta complementare è quella di schierarsi, va beh, se c’è un editore-padrone tanto vale assecondarlo apertamente. E allora cercare un quotidiano “indipendente” diventa uno sfizio da esteti. Ma la cerchiamo davvero un’informazione non schierata? O non andiamo in edicola invece per scegliere il giornale che ci racconta precisamente le cose che vogliamo sentire, che riporta (in bella scrittura) le nostre sparate da bar? Insomma non è che vogliamo un giornale che ci dica esattamente quello che vogliamo sentirci dire, e al diavolo la realtà? La maggior parte poi pensa che l’informazione la dia la Tv. Abbiamo acquisito, nei decenni, una sufficiente capacità di giudizio su quello che leggiamo, ci manca invece quasi totalmente la capacità di giudizio su quello che sentiamo e vediamo. I giornali possono nascondere le notizie, ignorarle, mimetizzarle e nemmeno ce ne accorgiamo: ma poi leggiamo l’editoriale e crediamo di aver capito tutto, dissentiamo o concordiamo. La lettura dà tempo e modo di recepire idee, opinioni e confrontarle con le proprie. Ci è stata inculcata l’idea che i giornali debbano separare i fatti dalle opinioni. A meno che sia il giornale “amico”, dalla nostra parte, allora va tutto bene, anzi, le opinioni devono piegare i fatti alla convenienza. In Tv invece ci beviamo tutto, le immagini ci paiono oggettive, il commento sotto le rinforza ma non lo avvertiamo con un’opinione che prevarica sui fatti. Così è diminuita la “fiducia” nei giornali e aumentata quella per i telegiornali. Anche perché andiamo di fretta e non abbiamo tempo per i distinguo. Che poi i Tg siano, 5 su 7, tutti orientati e schierati politicamente non viene avvertito, anzi, si sottolinea semmai il contrario, che il Tg3 sia schierato in modo “anomalo” dall’altra parte arriva a scandalizzare. Svalutare i giornali stampati è un disastro culturale. Ma ce la siamo cercata, evidentemente li facciamo male, scimmiottando la Tv (da un po’ di tempo un po’ meno) e i suoi programmi. Stupisce che nel crollo siano coinvolti anche i giornali locali. A Bergamo L’Eco di Bergamo ha subito un salasso di vendite epocale. Gli altri quotidiani presenti sono ectoplasmi, non esistono come vendite. Anche i periodici boccheggiano. Ognuno cerca la formula magica per stare a galla, vende pubblicità al di sopra della realtà e gli inserzionisti non hanno in mano i fondamentali per la scelta, vanno a naso, il che è un controsenso in un mercato che in tutti i settori è attento all’euro.
Mi permetto di tirare un sospiro: Araberara è cresciuto (nelle vendite accertate, non in quelle di fantasia) nell’ultimo anno, il 2009, di un altro 24%. Ci saremmo accontentati, vista la crisi, di ripetere l’ottimo 2008. Adesso, di nuovo, ci accontenteremmo di ripetere, nel nuovo anno, il 2009. Evidentemente diamo risposte a domande inevase. Che è poi quello che ogni giornale cerca o dovrebbe cercare di fare. Parlando alla testa e al cuore. Parlare alla pancia va bene a pranzo e a cena. Il resto della giornata è vita e per sbarcare il lunario ci vogliono appunto testa e cuore (intelligenza e passione).