Araberara - Quindicinale periodico -
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Editoriali di Metua

METTIAMOCI NEI PANNI DEGLI ALTRI

Metua

“Mio figlio è molto più sveglio di quello là… a scuola mia figlia è la migliore della classe… mio figlio è bravissimo in tutto…”. Alcuni genitori sopravvalutano i propri figli ed esercitano su di essi una pressione enorme, con il rischio che ogni insuccesso sia vissuto come un dramma. Altri si dedicano ai confronti deprezzanti (…tua sorella nuotava meglio alla tua età....), utili solo a scoraggiare. Positivi o negativi i paragoni impediscono al bambino di costruirsi un’identità sana. I bambini sono già tentati da soli di confrontarsi agli altri, perché vivono anche loro in questo mondo ammalato di un sempre più esasperato e invadente spirito di competizione. E allora, se vogliamo dare un risvolto a certe situazioni, dobbiamo necessariamente intervenire cercando di creare anche nei nostri figli una nuova mentalità ed un nuovo modo di rapportarci alla vita. Se guardiamo criticamente a noi stessi dobbiamo riconoscere che ci troviamo profondamente immersi in ogni sorta di competizioni. Ciò che conta è superare gli altri, altrimenti non si è nessuno. Così, pian piano, si finisce per vedere gli altri come semplici pedine sulla scacchiera della vita. Questa sensazione è peggiorata dalla litania delle sofferenze umane che ci vortica attorno dal mattino alla sera. Conosciamo come non mai nel passato i dolori e le sofferenze del mondo e siamo tuttavia sempre meno capaci di reagire. Sentiamo parlare di conflitti armati, guerre, omicidi, terremoti, siccità, inondazioni, carestie, epidemie, campi di concentramento, camere di tortura e innumerevoli altre forme di sofferenza umana, vicino a noi o non molto lontano da noi; ci vengono anche presentate immagini di bambini che muoiono di fame, di soldati morenti, di case incendiate, di villaggi allagati e di distruzioni varie. Tutto questo che cosa provoca? Una forma di ottusa indifferenza e persino di rabbia… “comunque non posso farci nulla, allora?”. Reagire in maniera compassionevole a ciò che i media presentano è reso difficile anche dal tono “naturale” con cui riceviamo le immagini. In un primo momento vengono presentate situazioni, diciamo, dolorose: i problemi dell’immigrazione, le violenze, ecc. e subito dopo tutto questo viene interrotto da immagini di persone sorridenti, spensierate, piene di gioia e di serenità per carpire la pubblicità di un prodotto. E tutto ciò non fa altro che influenzare la nostra psiche. Ma c’è una qualità umana che deve entrare in causa: la compassione. Si, la compassione è un vocabolo alla deriva ma al giorno d’oggi deve essere riconquistata. Compassione… cum-pati, soffrire con… partecipare alla sofferenza degli altri. La compassione è un modo di guardare gli altri con occhi puliti e quindi liberi da pregiudizi o fissazioni varie. Attenzione, la compassione non equivale a pietà e neanche a semplice tolleranza. Avere compassione significa prendere le distanze dall’aspetto violento e disumanizzante di tutte le competizioni che la vita ci propone. Essere compassionevoli vuol dire abbandonare differenze e distinzioni; significa fermarsi sulla strada dove qualcuno ha immediatamente bisogno di attenzione. Non consiste nel fuggire la violenza, ma nell’avvicinarsi per addolcirla. Saggiamente i nostri vecchi dicevano che “bisogna saperci anche mettere nei panni degli altri”. E se fossimo capaci di questo, tante cose andrebbero meglio; saremmo in grado di allertare tutte le energie di bene che sono in noi e di convogliarle dove si è verificato un grave deficit di speranza e di amore… quella speranza e quell’amore genuino di cui le nostre nuove generazione hanno tanto bisogno Metua
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Dal 20 di febbraio 2007