Araberara - Quindicinale periodico -
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EDITORIALI DI ARISTEA CANINI

UNA COPERTA UN PULLMAN UN FANTASMA

Aristea Canini

Sono tornata a respirare i fatti miei. Intrisa di peccati da fare e da subire. Stamattina prima di venire in redazione, camminata all’alba con me. Bosco che sembrava pieno di ovatta. Vento pigro. Cielo ricamato da nuvole bianche. Io e il mio zainetto a coprirmi le spalle. Poi redazione. Aspetto le notti per assaporare di nuovo strade da consumare con le mie emozioni. A caccia di cervelli che stanno in corpi, indifferentemente di uomini o donne, che importa. Importa la vita e io ho sete di vita.
M’inchino davanti a un sasso che prende forma davanti a me. Guardo te negli occhi che ti ho incontrata un sabato mattina a Lovere, tu che avevi gli occhi neri e la testa coperta da un foulard, tu che addosso portavi 17 anni e vestiti messi alla rinfusa per coprire un corpo, non per mostrarli. Che allungavi la mano e chiedevi soldi. Che tutti chiedono soldi e che la gente è piena di mendicanti. Che un uomo mi ha guardato e mi ha detto ‘tira dritto che è piena l’aria, giorno di mercato’. Che mi hai inseguito e ti sei messa a piangere. Che mi hai detto di portarti a casa. Che ti ho chiesto dov’era la casa e tu mi hai detto ‘Romania’. E io che ti ho guardata e tu hai sorriso e mi sei venuta dietro come un cagnolino. Che da quel momento sono sparita anch’io. Ingoiata da una Lovere fantasma che non ha più visto né te né me. Che ti ho detto ‘non preoccuparti che sistemo tutto io’ e non ho sistemato niente. Che dovevo trovare un modo per prendere i tuoi documenti e poi sarebbe passato il pullman che per 120 euro ti portava in Romania a te che dormi in un cortile a Martinengo, che sei incinta di tre mesi, che hai un altro figlio in Romania che si chiama Dragon e ridevi quando io ti dicevo che è il nome di un cartone animato. Che mi raccontavi che l’uomo con cui stai ogni mattina ti manda in un paese diverso a chiedere elemosina e che lui dorme tutto il giorno e ti picchia, ma ti picchia di più la mamma di lui. Che siamo andati alla Caritas ma al mattino era chiusa. Abbiamo incontrato le persone ma non mi vedevano più anche se chiedevo se potevano tenerti qualche ora. Che non avevi i documenti per salire sul pullman e dovevamo andare a Martinengo a prenderli. Che ci serviva qualcuno che ci desse una mano. ‘Figurati’ ti ho detto io. Il ‘figurati’ è rimasto lì. Porte chiuse. Tutti non avevano tempo oppure il tempo si era mangiato i cellulari che non rispondevano e io non esistevo nemmeno più. Sparita. In mezzo a negozi, colori, facce e profumi. Non c’ero io. Non c’era lei. Ma c’eravamo tutte e due. Che tu parlavi e mi raccontavi del tuo paese, della tua mamma e del tuo bambino, 2 anni il 3 di febbraio, che in Italia non ci saresti più tornata o forse sì, ma col tuo bimbo e senza nessun altro che ti faceva strane promesse. Che in fondo eri ottimista, che gli occhi sorridevano. Che abbiamo girato dappertutto e poi è arrivato il pullman, ma non era quello per la Romania. Era quello per Martinengo, che dovevi rientrare perché nessuno ci aveva allungato una mano. Che dovevi tornare nel cortile con i 7,20 euro raccolti al mattino. Che ci siamo guardate e ci siamo date appuntamento per il sabato dopo ‘troverò il documento che l’uomo tiene nascosto, aspettami qui sabato e poi mi fai partire’, che mi ha detto così, che piangevi e ridevi, che eri felice ma avevi paura, che avevi paura ma eri felice. Che hai guardato una candela colorata dentro a un negozio e mi hai detto che a Dragon sarebbe piaciuta. Che mi hai detto che ti piaceva il cielo, che la cosa bella del dormire nel cortile era di averlo come coperta. Che sei salita e sei partita. E io sono tornata in redazione. Ed è passata una settimana. E il documento non l’hai trovato o forse è sparito. Ma gli occhi non possono essere spariti. Che il giornale non arriva a Martinengo ma se qualcuno ci passasse butti un occhio nei cortili, da qualche parte, in mezzo alla nebbia o a ridosso del vento, lei ha gli occhi neri grandi, che ridono anche quando piangono, che vuole andare a casa e basta. E che la sua casa non è qui. Alzo gli occhi e vedo fuori dalle finestre gli abeti ghiacciati sopra le montagne, anche loro si coprono col cielo, l’unica coperta che da Martinengo porta alla Romania. Spengo il computer e vado a casa.
Aristea Canini
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Dal 20 di febbraio 2007